In più occasioni durante l'ultimo mese alcuni conoscenti mi hanno chiesto il senso della parola higorà. L'hanno trovata in un articolo che ho scritto, oppure l'hanno sentita pronunziare: Fabio, che significa higorà? 

Higorà è una parola dal significato ancora aperto, su cui stiamo operando da tempo. Non cerchiamo una definizione: mettere un cerchio è circoscrivere, e la definizione, per sua natura, definisce.
Piuttosto, sin tanto che higorà non è contenuta all'interno di un recipiente concettuale emana una sua potenza forte e manifesta.
Ha - ed è chiaro -  il senso ed il suono "agorà". Allo stesso tempo si apre con il suono "hi": richiama "io", la "finestra" fenicia, un saluto amichevole, l'essenza esplosiva dell'idrogeno, ma anche, tanto, la tecnologia/comunicazione attuale che si riconosce in parole come wi-fi, hi-tech, hi-fi, hi-res etc. Mi sento di affermare che probabilmente è un espediente per potersi concedere altri modi per esplorare, per liberare pensiero.

 

 

Una higorà - immagino - assume un luogo fisico, un ambito ideale, uno spazio di pensiero, uno scenario digitale, un territorio immateriale, concerne la natura, è un recipiente narrativo, la concretezza architettonica, una piazza smaterializzata, il contatto, la ricerca del sudore... Cos'altro? Nessuna di queste cose? Chissà... In questi oggi in cui la digitalizzazione è cerimonia e misura di forme di lontananze connettive, emerge l'impeto della voglia di danzare, di toccarsi, un bisogno fisico di esserci accomunato da questo desiderio, una manifestazione carnica d'umanità.

I bambini hanno una capacità che spesso gli adulti si precludono. Penso sia un limite culturalmente imposto. I bambini inventano parole nuove in maniera ampiamente creativa. Ricorrono a blocchi fonetici ricevuti e rielaborano quei mattoncini "di suono e di senso" per raccontare idee, oggetti, e altro che desiderano comunicare. Gli adulti, molto di frequente, stentano. 
L'esercizio creativo di parole significative è davvero utile, poiché riesce a rendere esprimibile quel tanto che non è omologato in una definizione nominata. 

Quando capita, e accade adeguatamente spesso, mi fioriscono parole nuove. Così quando la dott.ssa Morello mi ha proposto la definizione di questo suono higorà ne ho riconosciuto la bellezza significativa, così idonea a raccontare il non narrato di questi tempi attuali. È una parola a cui giova conferire energia, poiché è il caso e la merita.

Questi recenti incontri proposti in piazza hanno una forte valenza relazionale, anche per scoprire alcuni sensi di questa parola, che immaginiamo, scriviamo e leggiamo insieme. Gli eventi "Hi-gorà  spazi di pensiero" (con due spazi tra higorà e spazi) continuano una narrazione, una lettura, ed una scrittura. È una narrazione che traduce la post-modernità ad una vivente-umanità alternativa e divergente ai percorsi indotti di transumanesimo tecnogeneschiavistico: così che il seme Borg non debba necessariamente produrre il suo frutto.

Questa volta - in questi tre eventi realizzati da un insieme di persone determinate e consapevoli - accade con una ricerca di luoghi relazionali, fisici, in cui dare spazio a forme di pensiero, specialmente di pensiero meno omologato a schemi iterativi.

 

Fabio Massimiliano